SULLE TRACCE DI GUARIENTO A PADOVA

SULLE TRACCE DI GUARIENTO A PADOVA

“SULLE TRACCE DI GUARIENTO A PADOVA”

 

Un percorso da noi realizzato ricostruisce in maniera organica la storia e lo sviluppo stilistico di Guariento di Arpo (Piove di Sacco, 1310? – 1370?), attraverso l’eredità culturale che le sue opere hanno lasciato alla città di Padova, all’epoca uno dei più vivaci centri pittorici dell’Italia padana.

Come si presentava Padova a suo tempo? Già dalla metà del 1100 la città si era affermata come Comune indipendente, riuscendo a difendere la sua autonomia – con una breve parentesi di dominio Ezzeliniano – fino al 25 luglio del 1318, giorno in cui il Comune decide di rinunciare alle sue libertà consegnando il potere a Jacopo da Carrara, che sarà nominato Capitano del Popolo. Una serie di scontri e disordini interni, uniti alla minaccia di conquista da parte di Cangrande della Scala, signore di Verona, avevano determinato una situazione drammatica e l’unica possibilità di salvezza fu individuata nella consegna del potere nelle mani della potente famiglia dei Carraresi.

Sarà approfondito presso la Reggia carrarese che cosa ha significato per Padova questo trapasso, quel che ci interessa rilevare, in questo momento, è che con la Signoria si affermò l’arte di corte, di cui Guariento fu uno degli esponenti. Questi nuovi Signori – vale per la città di Padova come per le altre corti che si stavano affermando all’epoca – dovevano legittimare e manifestare il loro potere. Uno dei modi con cui fu raggiunto tale risultato fu quello di erigere magnifiche residenze, istituire cappelle private e chiese, trasformando così le  Corti in  luoghi di prestigio e di cultura, che attrassero schiere di artisti e scultori: ecco quindi il comparire dell’arte suntuaria, manifestazione del lusso che si viveva a corte.

Gli artisti più famosi erano richiesti da tutte le Corti: Altichiero, ad esempio, fu attivo a Verona e poi a Padova, Giusto dei Menabuoi passò dai Visconti al servizio dei da Carrara. Avignone, Milano, Padova e Napoli furono le mete del poeta Francesco Petrarca, la cui presenza a Corte era considerata il massimo lustro cui si potesse aspirare. La circolazione di artisti ebbe effetti importanti, tra i quali l’arrivo di maestri stranieri che portarono delle modifiche radicali alla situazione artistica periferica, cambiando in poco tempo il corso artistico di un’intera regione, poiché i pittori locali subito si aggiornarono sui nuovi modelli proposti. Ci fu anche il cambiamento di committenza che comportò un cambiamento di temi iconografici da trattare: non c’era più una comunità che commissionava l’esecuzione di Maestà, ma un principe che voleva decorare immense superfici con pitture quasi sempre profane. Infine, quest’arte elitaria fece sì che nelle diverse Corti italiane si giungesse a risultati artistici estremamente omogenei, dato che la ristretta cerchia dei committenti si avvaleva spesso dei medesimi artisti.

È importante ricordare un evento che segna l’arte duecentesca italiana: la rivoluzione pittorica portata da Giotto, uno dei più grandi pittori italiani, oltre  ad essere un famoso architetto, allievo di Cimabue e  molto apprezzato dai contemporanei, tanto da essere definito dal Boccaccio “il miglior dipintor del mondo“. Con la sua pittura ha portato ad una grande rivoluzione nell’arte figurativa, rompendo gli schemi con la pittura del passato diventando un innovatore di gusto e di stile sottraendo al corpo umano la stilizzazione convenzionale della pittura bizantina, dove la figura umana per la prima volta viene riscoperta e studiata dal vero: contemporaneità che ritorna a comparire in pittura.

Quando Giotto arriva a Padova trova una città già pienamene coinvolta in quel fenomeno unico e irripetibile riconosciuto come Preumanesimo Padovano. Qui Giotto conosce i preumanisti e i loro scritti, volti alla riscoperta del mondo classico, non contemplato durante il Medioevo, quando il Cristianesimo dà un’impronta religiosa a tutte le manifestazioni della vita dell’uomo. Tra questi scritti ricordiamo i trattati del medico-filosofo Pietro d’Abano, i testi di politica e poesia di Albertino Mussato e quelli del notaio Lovato dei Lovati (colui che rivitalizzò il mito di Antenore). L’ambiente padovano è il luogo in cui Giotto può quindi esprimere al meglio le proprie conoscenze sulla natura e sull’uomo, che lo portano a sviluppare un nuovo stile legato alla riscoperta della natura. Ecco allora che la sua pittura rispecchia il mondo reale, della natura e delle prime curiosità scientifiche, introduce la prospettiva nei palazzi e la volumetria delle figure: contemporaneità quindi.

 

Guariento porterà anche il lusso.

 

Ma chi era Guariento di Arpo?

Nasce a Piove di Sacco nel 1310 circa e presumibilmente muore nel 1370.

In tutti i documenti viene citato con il patronimico “di Arpo”, che significa figlio di Arpo. Difficile è la ricostruzione del catalogo del nostro pittore, in quanto l’unica opera datata e firmata è la Croce Stazionale realizzata per una nobildonna di Bassano, del 1332, ora conservata al museo civico di Bassano. Significativo, quindi, è il periodo storico in cui si inserisce: dopo Giotto e prima di Giusto de’ Menabuoi, che rappresenta la nuova generazione dei pittori trecenteschi, che si affacciano in città dal 1370 in poi.

Che cosa caratterizza lo stile di questo artista? La commistione tra le influenze gotiche, portate a Padova nel 1324 dai pittori riminesi, e le influenze giottesche. Guariento trasmette le idee giottesche, non ancora comprese a Padova, ancora legata al gotico, ai contemporanei e alla generazione di pittori successiva.  È risaputo che Giotto non lascia a Padova una scuola che segua fedelmente i suoi insegnamenti.

Ci penserà Guariento: ecco l’importanza di questo artista, al di là delle sue magnifiche opere. Il Guariento è il pittore, che pur mantenendo le suggestioni ornamentali del mondo gotico e le nostalgie bizantineggianti della vicina Venezia, introduce lo spazialismo e la prospettiva di Giotto.

Un esempio su tutti: il gioco di luci che Guariento aveva creato nell’abside della chiesa degli Eremitani verrà copiato nella cupola del Battistero da Giusto de’ Menabuoi. Per farlo era indispensabile aver compreso l’arte di Giotto.

Dopo Guariento, Giusto diventa il nuovo pittore di Corte, e con lui gli insegnamenti di Giotto vengono finalmente compresi, si abbandonano definitivamente le figure allungate e la linea marcata, per ritornare ai corpi definiti dal volume, realizzati con il gioco di ombre.

 



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